20 anni dall'inizio della guerra a Sarajevo un commento di Mons.Sudar
Radio Vaticana, 21.09.2012
 
Mons. Sudar: in Bosnia la situazione è bloccata. Dayton non permette il progresso

◊ Venti anni fa iniziava la guerra in Bosnia ed Erzegovina, alla quale metteva fine, nel novembre del 1995, la stipula dell'accordo di Dayton che divise il Paese nella Federazione croato-musulmana e nella Repubblica Srpska.

Oggi, la contrapposizione tra queste due entità sta bloccando qualsiasi sviluppo economico del Paese. "La situazione è ferma, sentiamo la difficoltà di una soluzione politica che non lascia troppo spazio per andare avanti", denuncia il vescovo ausiliare di Sarajevo, mons. Pero Sudar, a pochi giorni dall'incontro mondiale delle religioni per la pace, organizzato nella capitale bosniaca dalla Comunità di Sant'Egidio. Anche l'ingresso nell'Ue e nella Nato è divenuto terreno di scontro e questo lo si sconta a livello economico, continua mons. Sudar. Francesca Sabatinelli lo ha intervistato:

R. - La disoccupazione è veramente disastrosa, la gente vive male, è scontenta e tutto questo si riflette sulle relazioni interetniche, interculturali ma anche, purtroppo, interreligiose. Allora, la costatazione di quasi tutti è che la Bosnia ed Erzegovina non progredisce, ma sta ferma o va indietro.

D. - Le relazioni tra le persone delle varie religioni sono quindi messe a rischio?

R. - Direi che sono messe a rischio più a livello politico-culturale che a livello quotidiano. Io noto che la nostra gente sarebbe disposta ad accettare di andare avanti e anche di aiutarsi a vicenda però, tutti, sentono il peso della mancanza di prospettiva. Si è tentati quindi di dare ascolto a quelle voci che dicono: "Noi stiamo così male a causa di quegli altri". Da lì nascono le scintille che poi fanno bruciare i contatti tra la gente comune che invece, a mio parere, sono ancora un tessuto che potrebbe salvare la Bosnia ed Erzegovina come un paese multietnico, multi religioso ed, in un certo senso, multiculturale.

D. - Tutti dunque si sentono vittime di qualcosa e tutti si sentono vittime di discriminazioni. Ci sono? E contro chi si manifestano?

R. - Le discriminazioni ci sono veramente in tutti i settori, e direi che le vittime sono quasi tutti. Un esempio: quelli che sono maggioranza a Sarajevo, i musulmani, sono minoranza in qualche altra parte della Bosnia ed Erzegovina. Questo è il destino di tutti. Allora, si può dire che la discriminazione si sente quando si dividono i pochi posti di lavoro che ci sono. Siamo tutti vittime e tutti siamo, in certo senso, causa di questa discriminazione. Bisogna spazzar via l'attitudine alla corruzione, alla discriminazione, da quel tessuto dal quale ancora potrebbe nascere uno stato normale, una società giusta. Manca però il quadro politico.

D. - Rispetto a prima della guerra i numeri sono completamente cambiati. I cattolici hanno lasciato in massa la Bosnia ed Erzegovina. Cosa fare? Cercare di richiamare chi è andato via, o fortificare la presenza che ancora resiste?

R. - Penso che sia quasi un'utopia credere che quelli che sono andati via abbiano la voglia di tornare, perché qui hanno perso tutto. Durante la guerra le loro case sono state distrutte e la terra è stata abbandonata. Quelli che tornano devono ricominciare da zero. L'unica reale soluzione che potrebbe dare qualche frutto è quella di cercare di aiutare coloro che sono rimasti, Ciò che la Chiesa cerca di fare: conservare quel seme per sperare in una nuova primavera, sperando di far sopravvivere questa comunità cattolica che, purtroppo, durante la guerra e anche dopo, si è più che dimezzata. I nostri giovani continuano a volersene andare, perché non vedono il domani, non vedono in questa soluzione politica (Accordo di Dayton del 1995, ndr) un futuro in cui il popolo a cui appartengono potrà essere trattato, e potrà contare, come gli due altri popoli, che qui si sentono a casa e che sentono che è il loro Paese: i musulmani della Federazione croato-musulmana e i serbi della Repubblica Srpska. Il Paese è stato diviso tra due popoli e questo terzo popolo si sente buttato fuori, le conseguenze sono il suo tentativo di andar via. Questa intolleranza, che convince la gente a non vedere il proprio futuro qui, c'è in tutta la Bosnia ed Erzegovina ed è molto intensa anche a Sarajevo. Questa intolleranza è sempre rivolta contro la minoranza, intesa come i cattolici e gli ortodossi a Sarajevo, e intesa come i musulmani e i cattolici ad esempio a Banja Luka e in altre parti. Non c'è uno che è innocente e non c'è purtroppo solo uno che è carnefice: questo è il nostro pregio, ma è anche la nostra mancanza.