Evangelizzazione e Inculturazione nell’era della globalizzazione
don Juvenal ILUNGA MUYA
Pontificia Università Urbaniana

Introduzione

La consapevolezza dell’importanza e urgenza dell’evangelizzazione, quale compito missionario fondamentale della Chiesa e scelta vitale per la sua essenza, si fa oggi sempre più sentire. Tra i numerosi fattori che rendono oggi urgente l’evangelizzazione accenniamo solo alla globalizzazione, fenomeno nel quale sono dominanti le dinamiche economiche, politiche, tecnologiche-comunicative e culturali (1) . Comunque sia il modo in cui questo processo viene inteso, esso costituisce una chance e una sfida per la missione evangelizzatrice della Chiesa ed invita a pensare a fondo il processo di inculturazione. In un primo momento cercheremo quindi di manifestare in che senso la globalizzazione è una chance per l’evangelizzazione, poi tenteremo di cogliere le sfide che esso pone all’evangelizzazione ed infine cercheremo di pensare a partire da questa situazione l’evangelizzazione e l’inculturazione con un’attenzione particolare al ruolo del laicato.

I. La Globalizzazione come “chance” per l’evangelizzazione

Il processo di globalizzazione attualmente in corso può esser colto come un terreno fertile per la vocazione universale del Cristianesimo. Infatti, fin dalle sue origini, la comunità di fede cristiana è guidata da una visione cattolica, cioè essa si capisce dalle parole del suo fondatore e Signore come comunità chiamata ad esser “luce” del mondo e “sale” della terra (Mt 5, 13s.), a comunicare la vita in pienezza al mondo intero (Gv 10, 10). Che questa missione debba dilatarsi nel mondo intero lo ricaviamo dal mandato stesso del Risorto “Siate i miei testimoni fino ai confini del mondo” (At 1, 8). L’apertura verso l’altro, verso il mondo intero è costitutiva della comunità cristiana, perciò Origene poteva scrivere nel suo Commento a Giovanni : « La Chiesa è il mondo quando è illuminato dal Salvatore » (2) . La Chiesa è sempre stata convinta di avere una responsabilità particolare nei confronti del futuro della “terra abitata” (oikumenè). Questa convinzione non spiega soltanto lo sviluppo delle missioni fino ai confini della terra ; essa è stata anche un fattore determinante di invenzioni nella storia delle tecniche e delle scienze, nell’ordine sociale e politico, e più globalmente in tutti i campi dove si trattava di umanizzare la natura e il mondo.
Una tale convinzione si fonda certamente su dati fondamentali della tradizione biblica : il comandamento di subordinare la terra (Gen 1, 28) ; la vocazione di tutta l’umanità a lasciarsi giungere dall’annuncio di salvezza (come lo si può dedurre da alcuni testi più universalistici dell’Antico Testamento), la rivelazione del Verbo divenuto carne, condividendo pienamente la condizione degli uomini e dando la sua vita « per i molti » ; l’evento della seconda Pentecoste (Pietro in casa di Cornelio) e la missione dei cristiani, incaricati di cooperare alla trasformazione del mondo per renderlo accogliente allo Spirito del Risorto.
La vocazione e l’apostolato stesso dei laici vanno collocati in questa unica missione della Chiesa di diffondere il Regno di Dio su tutta la terra e di rendere tutti gli uomini partecipi della redenzione e salvezza in Gesù Cristo (3) . Oggi, come ieri, la testimonianza del laico si estende al mondo intero. Ogni cristiano è infatti chiamato a “brillare come le stelle nel cielo, offrendo il messaggio di vita” (Fil 2, 15) al mondo intero. Egli non può sottrarsi a questa sua vocazione universale come lo dice bene san Giovanni Crisostomo : “Non dire che non puoi produrre nessuna impressione sul mondo : se sei cristiano, è impossibile non produrre effetti. È infatti contraddittorio dire che un cristiano non può fare niente per il mondo, così come è contraddittorio dire che il sole non può dare luce” (4) .
Perciò si può dire che il cristianesimo tradirebbe la propria identità se non si preoccupasse del futuro del mondo intero –ciò non va inteso soltanto nel senso geografico, ma nel senso secondo il quale l’universalità, la cattolicità cristiana deve operare sulle situazioni umane le più esposte alla separazione e all’esclusione : “non c’è più Giudeo né Greco ; non c’è più schiavo né libero ; non c’è più uomo né donna, poiché tutti voi siete uno in Cristo Gesù” (Gal. 3, 28). Da questa prospettiva può sembrare evidente e promuovente per la missione che le chiese siano particolarmente disposte ad accogliere la globalizzazione. Come possono non vedervi una opportunità per realizzare oggi più che mai una vocazione iscritta nelle origini stesse della tradizione cristiana ? in questa prospettiva, la globalizzazione costituisce una vera “chance”, una opportunità per un vero rilancio della missione. Ma in essa, si celano pure i problemi odierni connessi con l’evangelizzazione e l’inculturazione. In questo senso, la globalizzazione costituisce una sfida per la missione evangelizzatrice della Chiesa.

II. La globalizzazione come sfida all’evangelizzazione

È necessario analizzare da vicino il cambiamento culturale che stiamo vivendo proprio a livello mondiale, provocato dal processo di globalizzazione al livello economico, tecnologico-comunicativo, politico e culturale.

II. 1. La dimensione economica
L’aspetto economico della globalizzazione che colpisce di più è quello del mercato o del capitalismo neo-liberale. Esso costituisce una sfida all’evangelizzazione in quanto stimola il consumismo e favorisce in un certo modo il secolarismo, rendendo difficile l’apertura ai valori cristiani e alla loro pratica. Ponendo l’aspetto materiale dell’uomo al centro, esso non favorisce nell’uomo l’apertura alla trascendenza.
Se questa forma di capitalismo, inoltre, ha provocato dei cambiamenti positivi a livello globale per i nuovi paesi emergenti quali l’India, la Cina, il Brasile, il Sud-Africa ed altri, occorre dire che ha contribuito anche a creare un abisso sempre più profondo tra poveri e ricchi, a promuovere una visione del mondo basata su una competizione senza pietà e sull’innovazione continua, dove chi non è capace viene semplicemente escluso, creando una antropologia, diversa da quella di Gaudium et Spes. In questo contesto, il cristianesimo viene accettato solo nella misura in cui dà una mano a risolvere i problemi materiali dell’uomo, cioè contribuisce al progresso dell’umanità, con il rischio di ridurre la missione della Chiesa a puro umanesimo, filantropia (5) .
Tale situazione esige di ripensare l’evangelizzazione in relazione alla dottrina sociale della Chiesa, come suggerisce l’Enciclica del Pontefice Benedetto XVI, “Deus caritas est”. Si tratta di cogliere il lato positivo della globalizzazione e proporre l’antropologia che può dare un volto umano ai nuovi cambiamenti e permettere al non credente di percepire la novità singolare della fede cristiana.

II. 2. Le nuove tecnologie delle comunicazioni
Le nuove tecnologie delle comunicazioni ci offrono nuove possibilità per entrare e stare in contatto diretto ed immediato con realtà vicine e lontane da noi. Questa capacità di comunicare con una pluralità di popoli, accedendo così rapidamente al “World Wide Web” e ad Internet ha cambiato la qualità dell’esistenza umana. Queste tecnologie sono oggi largamente diffuse: anche nei paesi più poveri, infatti, si ritrovano cellulari e possibilità di Internet. Quali sono il significato e l’impatto di tutto ciò per l’evangelizzazione ?
La prima ricaduta è che i missionari non sono oggi isolati e costretti ad aspettare molto per aver informazioni provenienti da Roma. Vi è la possibilità di coordinare e riorganizzare meglio la comunicazione con le diocesi e gli operatori dell’evangelizzazione attraverso tutto il mondo. Vanno studiate ancora più a fondo le possibilità che ci offrono le nuove tecnologie per la comunicazione dei contenuti stessi della fede, per renderli accessibili a chi ancora non conosce Cristo Gesù, per la creazione di una rete di solidarietà per l’evangelizzazione di tutti i popoli, in vista di portare il Vangelo e consolidare la presenza della Chiesa in tutte le nazioni. Non si può tuttavia dimenticare che queste stesse tecnologie tendono a porsi come nuovi assoluti, che a mano a mano, pretendono di sostituire qualunque religione o di diventare esse stesse un nuovo tipo di religione. In questo vale la pena ricordare le parole del servo di Dio Giovanni Paolo II il 14 febbraio del 1982 a Kaduna ai laici : “Come laici, sapete bene che il vostro apostolato speciale è di portare i principi cristiani nell’ordine temporale, cioè portare Cristo nei vari ambiti della vita, come il matrimonio e la famiglia, il commercio, le arti e varie professioni, la politica, le culture e le relazioni nazionali ed internazionali”. La globalizzazione mette in evidenza quanto sia urgente la riscoperta della chiamata dei laici ad esser missionari nei vari ambienti culturali dove lavorano o vivono.

II. 3. La dimensione politica
La globalizzazione porta con sé la privatizzazione dei servizi pubblici e la diminuzione del senso della responsabilità dello Stato presso i suoi cittadini, che tende a produrre l’atomizzazione della società in consumatori individuali. Perciò, il bisogno risentito di trovare nuovi modi per fondare e consolidare il legame sociale: la fede cristiana può e deve contribuire alla formazione di tale legame.
Infatti, se consideriamo la storia degli ultimi decenni, ci rendiamo conto di come sia cresciuta nei popoli la coscienza del valore della persona umana, dei diritti umani e dei popoli, l’aspirazione alla pace, il desiderio di superare le frontiere e le divisioni razziali, la tendenza all’incontro tra popoli e culture, la tolleranza nei confronti di chi viene considerato come diverso, il rifiuto dell’autoritarismo politico con il consolidarsi della democrazia e l’aspirazione ad una più equa giustizia internazionale in campo economico.
Non possiamo, pertanto, perdere di vista che con la globalizzazione si sviluppa anche una rete sotterranea della violenza, del terrorismo, della criminalità come pure la nascita di nuovi sistemi di ingiustizia e la crescita del divario tra ricchi e poveri. La fedeltà creativa al Vangelo esige una globalizzazione della responsabilità e della solidarietà con i poveri e i deboli. E’ in questo contesto che la Chiesa diventa inevitabilmente promotrice anche del nuovo legame sociale, di nuove forme di solidarietà (6) e di identità. Perciò, la necessità di rivalorizzare nell’evangelizzazione, luoghi a partire dai quali si può favorire l’emergere di queste nuove forme di identità e di solidarietà : scuola, ospedali, servizi della carità cristiana.
È possibile ridare vita nella sfera pubblica ai valori cristiani. In questo contesto si capisce la pertinenza del laicato al quale viene specificamente affidato la consacrazione del mondo a Dio mediante la testimonianza della santità di vita dei laici (7) . In questa prospettiva, Hans Urs von Balthasar parlava del laico, come il cristiano, discepolo di Gesù, che partecipa della vita di Cristo e ripresenta nel mondo la sua creativa libertà, la sua sorprendente missione (8) .
Altra caratteristica politica della globalizzazione è il fenomeno delle migrazioni. L’impoverimento demografico di alcune parti del mondo ha portato con sé anche un flusso migratorio dei popoli, particolarmente impressionante nelle società occidentali. Una delle conseguenze di queste migrazioni è la creazione di società multiculturali. È diventato normale oggi trovare una pluralità di culture e popoli diversi che condividono lo stesso spazio politico e quindi chiamati a vivere insieme. Tali situazioni però sono potenziali di conflitti e tensioni tra i vari gruppi e costituiscono nuovi areopaghi per l’evangelizzazione. È perciò significativo che il documento del Pontificio Consiglio per la Pastorale dei Migranti e degli Itineranti abbia individuato nella migrazione “un segno dei tempi e una sfida alla Chiesa” (9) . In quanto segno e strumento della comunione con Dio e degli uomini tra di loro, la Chiesa è chiamata ad esser anche in queste situazioni strumento per la creazione di nuove identità e nuovi legami sociali, cioè ad anticipare già qui sulla terra l’immagine della Gerusalemme celeste.

II. 4. L’aspetto culturale - religioso
Il desiderio naturale dell’uomo di migliorare il suo stato di vita porta con sé la crescita dell’urbanizzazione. Ad essa sono legati però anche i vari cambiamenti culturali. La Gaudium et Spes ha trattato in ampiezza nei numeri 53-57 la questione del vero sviluppo della cultura. Vale la pena oggi, in vista dell’evangelizzazione, approfondire gli impatti dell’urbanizzazione sui processi di trasformazione della cultura. Si nota soprattutto nei giovani dei centri urbani una ricerca di senso, di certezze, di formarsi una identità e personalità, ma nello stesso tempo un’inclinazione a vedere l’identità, la verità, il senso stesso come delle realtà relative, da riformulare ogni tanto a seconda delle circostanze (10) . Perciò, un nuovo slancio missionario esige metodi e mezzi per formare al senso profondo della vera identità e personalità. Ciò si colloca nella prospettiva di quello che il Papa Giovanni Paolo II chiamava i nuovi “areopaghi” della missione (11) . La Missione non riguarda solo zone rurali, ma oggi deve coinvolgere molto di più anche i centri urbani, nelle quali le culture tradizionali conoscono dei cambiamenti.
E’vero, infatti, che in questi ultimi decenni, la crisi degli ideali si è approfondita : vuoto di ideali e valori, crescita del relativismo. Con la globalizzazione, i profondi mutamenti sociali e culturali iniziati in Occidente, con evidenti riflessi sulla vita religiosa, tendono sempre più a diffondersi in tutto il mondo. Assistiamo infatti all’emergere delle società sempre più pluralistiche con una tendenza delle culture a secolarizzarsi, con tutte le conseguenze che ciò implica: tendenza alla non-credenza, all’indifferenza religiosa e al relativismo morale.
Questo non significa scomparsa della religione, anzi rinascita del senso religioso tra i popoli, che per ora rimane un fenomeno ambiguo, caratterizzato da un aumento di una pluralità di tendenze religiose (12) che si manifestano tramite l’interesse per l’esoterico, per i rituali asiatici, nella ricerca di influssi magici e mitici, nel desiderio di una mistificazione del mondo e nella proliferazione dei movimenti pentecostali. Comunque sia l’ambiguità di questo fenomeno, occorre dire che proprio queste situazioni, che portano le persone al limite della disperazione, offrono nuove chances per l’evangelizzazione ed invitano a trovare nuove vie per comunicare la fede a chi l’ha persa o crede diversamente. Ecco, perciò, la necessità di collocare le religioni nel quadro più ampio della cultura. Un tale approccio esigerebbe di vedere sia il dialogo interreligioso che il dialogo con le scienze, le tradizioni e costumi dei popoli, le varie culture dei popoli, dal punto di vista dell’inculturazione, cioè dall’orizzonte della conversione che il Vangelo deve suscitare nell’incontro con essi. Un tale approccio permette di evidenziare meglio l’unicità e la singolarità della figura di Cristo Gesù e quindi del Cristianesimo nei confronti di altre religioni e culture. La fede cristiana si deve confrontare con queste situazioni. Da qui l’esigenza di passare in varie parti del mondo dalla pastorale tradizionale ad un rinnovato impegno missionario di prima evangelizzazione, cioè di promozione della conversione e di un’iniziale adesione al Vangelo. Perciò l’urgenza di promuovere e sostenere una coscienza missionaria in tutta la Chiesa.

III. Una nuova coscienza missionaria

La promozione di una tale diffusa coscienza in tutta la Chiesa presuppone l’impegno a suscitare l’interesse per la fede cristiana ; abbattere critiche e pregiudizi verso di essa, offrire una prima informazione su essa. Si tratta soprattutto in un mondo chiuso a Cristo di rendere possibile l’incontro dei non cristiani con il Vangelo, disponendo i loro cuori perché accolgano il suo messaggio e si convertano. Per questo, il Concilio Vaticano II insiste su alcuni compiti essenziali: -la Chiesa deve esser radicata nell’ambiente, inserita nei raggruppamenti umani, come Cristo si legò mediante l’incarnazione al suo ambiente socio-culturale (AG, n.10 ; cf. anche Rmi, n.43); -tutti i cristiani sono tenuti a manifestare con l’impegno della loro vita e la testimonianza della loro parola l’uomo nuovo, che hanno rivestito con il Battesimo e rinvigorito con la Cresima, che suppone che ogni cristiano deve avere un rapporto di stima e di amore con gli uomini in mezzo ai quali vive, esser membro vivo del gruppo umano e prendere parte alla vita culturale, sociale, politica ed economica, conoscere le tradizioni nazionali e religiosi degli altri per scoprire i semi del Verbo (AG, n.11; cf. anche Rmi, n.42); -dare espressione concreta alla carità cristiana, amore disinteressato, solidarietà con i poveri e i sofferenti, collaborazione alla giusta soluzione delle questioni economiche e sociali, dare il proprio contributo ai tentativi dei popoli che lottano contro la fame, l’ignoranza e le malattie, sforzarsi di creare condizioni migliori di vita e operare per stabilire la pace, promuovere la dignità degli uomini e la loro fraterna unione (AG, n.12) (13) ; -a tutti con franchezza e con fermezza deve annunciare il Dio vivente e colui che egli ha inviato per la salvezza di tutti, Gesù Cristo (AG, n.13; cf. anche Rmi, nn.44, 45). Occorre qui ribadire che l’annuncio mira alla conversione, adesione piena e sincera a Cristo e al suo Vangelo (Rmi, n.46), la quale è connessa col battesimo.
Lo Spirito Santo è presente nella Chiesa e la guida nell’evangelizzazione. È consolante sapere che non noi, ma Egli stesso è il protagonista della missione. È lui che suscita anche nel nostro tempo questa nuova coscienza per la missione alle genti. Una tale coscienza deve sempre rimanere nuova e fresca nella Chiesa poiché una Chiesa che non evangelizza, si dimette, e quindi muore. Vorrei particolarmente qui soffermarmi sull’impegno missionario dei laici.

III. 1. I laici e l’evangelizzazione

Non possiamo partire se non dalla parola stessa del Signore : “Andate, fate diventare miei discepoli tutti gli uomini del mondo ; battezzateli nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo” (Mt 28, 19 ).
Il contesto di questo testo è quello post-pasquale, nel quale lo sguardo è rivolto verso le prospettive future dei discepoli. A tale prospettive appartengono : l’edificazione della Chiesa, la concentrazione sull’annuncio del Vangelo, l’amministrazione dei Sacramenti, specialmente il battesimo e l’eucaristia, infine lo sguardo verso il mondo intero nel quale i discepoli devono testimoniare del Signore crocifisso e risorto. Il luogo di questa visione che narra Matteo è la montagna. Il monte è il luogo della rivelazione. Ed infatti anche qui, i discepoli quando lo videro, lo adorano (Mt 28, 17), come fu quando lo videro venire incontro a loro sul mare ; anche lì, i discepoli “si misero in ginocchio di fronte a Gesù e dissero: “Tu sei veramente il Figlio di Dio!” (Mt 14, 33).
La pericope di Mt 28, 16- 20 contiene elementi decisivi per il Testamento che il Risorto lascia ai suoi: “A me è stato dato ogni (tutto il) potere in cielo e in terra” (Mt 28, 18). In tutta la pericope è importante come Matteo insiste sul “tutto”: “Tutto il potere”, “tutti i popoli”, “tutti gli uomini”, “osservare tutto”, “tutti i giorni”. All’inizio sta quindi l’amore illimitato di Dio, il Creatore, che si estende su tutto l’universo.
All’inizio, la missione sta nell’andare verso i non cristiani, non cattolici. Essa trova la sua concretezza, la sua materialità nell’amministrazione del sacramento di battesimo. Il discepolato non è una realtà disincarnata, astratta, da collocarsi puramente nell’interiorità. L’aspetto esteriore del discepolato porta all’andare, all’uscita da se stesso per costituire una chiesa visibile, delle comunità. Certo, tutto quello che avviene nel mondo è portato dalla presenza del Risorto, il quale ha promesso ai suoi: “Siate certi, sono con voi tutti i giorni fino alla fine del mondo”. L’espressione “tutti i giorni” rimanda al futuro nello spazio e nel tempo. Ovunque i discepoli andranno e saranno, Egli sarà con loro, tutti i giorni, poiché il Dio che ci manda in missione si rivela nel Risorto come l’Emmanuel, il Dio con noi e per noi. Si tratta del motivo della nostra speranza, cioè del fondamento della nostra convinzione di dovere impegnarci fortemente per l’avvento di questa nuova primavera missionaria.
Un tale fondamento della missione evidenzia che in nessun modo l’odierna insistenza sull’inculturazione ci deve fare perdere di vista la necessità di una evangelizzazione chiara e decisa dei cristiani presso tutti i non credenti ancora in Cristo Gesù, vero Dio e vero uomo. Ci vuole un nuovo coraggio della confessione della fede non solo per noi stessi che già crediamo, ma anche e soprattutto per coloro che non credono ancora o credono diversamente. È una urgenza per i nostri tempi di manifestare sempre più il carattere pubblico della nostra fede. Ovunque dove il cristiano laico si trova deve manifestare questo carattere pubblico della sua fede.
Essere cristiano non può limitarsi a credere, pregare e sperare solo per se stesso, ma esige di comunicare, diffondere e condividere con altri i beni sperimentati nell’incontro con Dio (14) . Le parole di Paolo sono oggi più che mai urgenti per ogni cristiano “guai a me se io non predicassi il Vangelo” (I Cor 9, 16). L’evangelizzazione è una dimensione fondante e costitutiva della fede cristiana, “un impegno irrinunciabile e permanente” (15) , nessuna situazione moderna la può alterare o fermare, bensì le sfide moderne esigono di rinnovarla e rilanciarla.
Certo che il primo soggetto dell’evangelizzazione è la Chiesa nella sua totalità come ce lo ricorda bene il Concilio Vaticano II : “Tutta la Chiesa è missionaria; e l’opera evangelizzatrice è dovere fondamentale del popolo di Dio” (AG, n.35). Vale la pena rimettere in evidenza l’immagine efficace che avevano i Padri dei primi secoli parlando della Chiesa come “Chiesa madre” (16) . Come madre, essa deve concepire nel proprio grembo i nuovi credenti per poi generarli con il battesimo. In concreto, l’evangelizzazione chiama in causa, a livelli diversi, differenti responsabilità e operatori.
Si potrebbe dire che con il Concilio è andata sempre più crescendo la coscienza secondo la quale la missione non è solo affare delle congregazioni ed istituti religiosi missionari. Il decreto conciliare Ad Gentes ha evidenziato il ruolo missionario dei laici nella chiesa : “Tutti i battezzati sono chiamati a rendere testimonianza a Gesù” (AG 6) o ancora in AG 36 dove si afferma che “Tutti i fedeli, come membra di Cristo vivente, hanno l’obbligo di cooperare all’espansione e alla dilatazione del suo corpo” (AG 36 ; cf. 28, 41). Ogni cristiano è e deve esser missionario. Infatti, “ad ogni discepolo è affidato il compito di diffondere la fede” (LG 17). L’impegno dei laici, specialmente dal Concilio in poi, è una delle novità sorprendenti e una delle ricchezze dell’attività missionaria della Chiesa. Movimenti laicali, gruppi di famiglia, volontari, etc. costituiscono oggi uno strumento provvidenziale e in continua crescita della missione, soprattutto nelle aree di prima evangelizzazione. La missione è il parametro di verifica della veracità e autenticità della fede. Ce lo ricordava già all’inizio della sua Enciclica missionaria, Evangelii Precones, il Papa Pio XII, quando affermava: “Che cosa offriremo al Signore in cambio della fede?…Lo spirito missionario è in qualche modo la prima risposta della nostra gratitudine verso Dio nel comunicare ai nostri fratelli la fede che abbiamo ricevuto” (17) . Egli anticipava così le affermazioni della Redemptoris Missio: “La fede si rafforza donandola!” (18) In questa prospettiva va rivalutato e promosso l’impegno missionario dei movimenti laicali.
I movimenti ecclesiali sono infatti dinanzi alle sfide odierne all’evangelizzazione, espressione di nuovi carismi, metodi educativi, modalità e impegno apostolico, che danno un nuovo tono alla Mission. La loro consapevolezza della “novità” che la grazia battesimale porta nella vita, il loro singolare anelito ad approfondire il mistero della comunione con Cristo e con i fratelli, la loro salda fedeltà al patrimonio della fede trasmesso dal flusso vivo della tradizione costituiscono un presupposto che dà un rinnovato impulso missionario che spinge i membri di questi movimenti ad andare verso coloro che non credono ancora o che hanno perso la fede nella situazione contemporanea di secolarismo. L’evangelizzazione ha come meta la creazione nuova, che si realizza nell’uomo trasfigurato dall’amore di Dio.

III. 2. Evangelizzazione e Inculturazione

Collocandoci nel contesto della Bibbia, occorre dire che in essa la comunicazione della Parola di Vita suppone che chi la comunica si implichi in un modo radicale in quello che annuncia. Il contenuto della Parola di Dio rimanda alla trasformazione di se stesso e cioè alla conversione. Essa rimanda ad uno stile di vita che nasce da una lettura continua delle Scritture che provoca un vero cambiamento della persona : il riferimento alla volontà salvifica di Dio, alla manifestazione del Suo amore come viene narrato nelle Scritture rimanda chi legge a ricercare e realizzare questo amore. È in questa ricerca di dare forma concreta a questo amore che avviene il nuovo essere, il nuovo stile di vita permeato simultaneamente dal Vangelo e dalla cultura.
Ogni volta che avviene una vera accoglienza del Vangelo, essa si traduce in una nuova espressione contestualmente o meglio culturalmente connotata. Un tale processo non può esser determinato in anticipo dai nostri criteri, poiché è fondamentalmente opera dello Spirito nel tessuto concreto della vita degli uomini e delle donne che cercano di vivere dalla Sua Parola. Nell’autenticità delle loro vite si rivela il potenziale di umanizzazione contenuto nel Vangelo e la sua capacità di permeare tutti gli ambiti della vita dell’uomo. La “Dei verbum” dice a suo modo questa correlazione che esiste tra Vangelo e esperienza, quando parla della crescita della percezione tanto delle cose quanto delle parole trasmesse, “sia con la riflessione e lo studio dei credenti, i quali meditano in cuor loro (Lc 2, 19 et 51), sia con la profonda intelligenza che essi provano delle cose spirituali” e rimanda al fatto che la Chiesa stessa, nel corso dei secoli, “tende incessantemente alla pienezza della verità divina, finché in essa giungano a compimento le parole di Dio” (19) . L’inculturazione diventa così una iniziazione all’esperienza di Dio, il quale mediante il suo Spirito lavora nei cuori degli uomini.
È quanto sembra suggerire la “Ecclesia in Africa” quando dice “che la nuova evangelizzazione sia centrata sull’incontro con la persona vivente di Cristo” (20) . La credibilità di ogni inculturazione poggia quindi sulla capacità di una comunità a potere lasciarsi interrogare e cambiare dal Vangelo “sine glossa”. Essa rimanda quindi alla testimonianza di una esperienza vissuta. Quale può esser questa testimonianza se non quella dell’amore di Dio per noi ? Amore che trova una forma concreta nella nostra sollecitudine per l’altro. Un tale approccio del rapporto Vangelo e culture comporta necessariamente delle implicazioni per la nostra comprensione della fede e del suo carattere missionario.
Infatti la correlazione che esiste tra Vangelo e culture esige di prendere sul serio la dimensione antropologica della fede e dell’evangelizzazione (21) . Prendere sul serio la dimensione antropologica della fede significa lasciare il messaggio cristiano sviluppare le sue potenzialità, la sua capacità di proporre un messaggio capace di sostenere e di orientare il cammino dell’umanità verso la sua piena realizzazione.
L’importanza data all’impatto antropologico della fede e della missione si traduce allora nella messa in valore dell’ ”esperienza spirituale” non come una semplice realizzazione emozionale di se stesso ma come un “modo di esistere”. “Se tu sapessi il dono di Dio” diceva Gesù alla Samaritana (Gv 4, 20). La fede cristiana diventa allora essenzialmente fonte di vita nuova, cioè strutturazione interna delle persone, istanza di discernimento, e forza per costruire una società dove è possibile respirare e sperare. Così intesa, la missione si definisce come il vero movimento di “umanizzazione” poiché essa rivela all’uomo il mistero della sua propria esistenza, personale e collettiva (GS 22).
L’esperienza spirituale è qui un cammino di conversione, cioè l’accoglienza della novità introdotta da Gesù nel cuore della vita degli uomini. Però questo cammino di vita e di verità è aperto solo tramite una esperienza pasquale dove il male è riconosciuto per quello che è, dove il peccato è nominato, dove l’amore liberato dalle sue inibizioni, dalle sue paure, dà il massimo di se stesso. È in questo senso che già il Papa Paolo VI invitava ad una comprensione dell’inculturazione come evangelizzazione in profondità quando affermava : “Occorre evangelizzare –non in maniera decorativa, a somiglianza di vernice superficiale, ma in modo vitale, in profondità e fino alle radici- la cultura e le culture dell’uomo … Il Vangelo e l’evangelizzazione non sono necessariamente incompatibili con esse, ma capaci di impregnarle tutte, senza asservirsi ad alcuna” (22) . La prova di una vera inculturazione è se i credenti diventano più impegnati nella fede cristiana poiché essa permea tutti gli ambiti della loro vita e della loro cultura.
In questa prospettiva, i laici hanno un ruolo di prima importanza. Essi sono chiamati a trasformare la società, in collaborazione con i pastori, infondendo il ‘pensiero di Cristo’ nelle mentalità, nei costumi, nelle leggi e nelle strutture del mondo secolare nel quale vivono (cf. LG 31 ; Rmi 71). Il futuro dell’eveangelizzazione e dell’inculturazione dipende in larga parte non solo dalla loro buona formazione umana, culturale, professionale e religiosa, ma soprattutto dalla loro spiritualità, che il Compendio della Dottrina sociale della Chiesa articola attorno ai seguenti elementi : il riferimento alla Parola di Dio ; la celebrazione liturgica del Mistero cristiano ; la preghiera personale ; l’esperienza ecclesiale autentica, arricchita dal particolare servizio formativo di sagge guide spirituali ; l’esercizio delle virtù sociali e il perseverante impegno di formazione culturale e professionale” (23) . È dalla loro vita spirituale, cioè comunione intima con Cristo, che i laici potranno in quanto membri della Chiesa imprimere, con la vita e l’annuncio, il Vangelo di Cristo nella storia del mondo. 

  [1] Nella sua più grande accezione, questo termine rimanda a vari fenomeni caratteristici del nostro tempo : sviluppo degli scambi internazionali, distribuzione mondiale dei beni (certamente non equa), rete di comunicazioni a scala planetaria, senza dimenticare l’inglese come lingua veicolare, il sentimento crescente di appartenenza ad un mondo che si fonda su un’insieme di relazioni molteplici e complesse tra i paesi, un mondo quindi dove le categorie di relazione e relazionalità diventano sempre più fondamentali : Juvénal ILUNGA MUYA, “Les Grands défis pour les églises d’Afrique en cette première décennie du XXIème siècle” in Eglise d’Afrique. Revue d’études et d’expériences pastorales, avril 2001, n. 1, pp. 72 – 87.
[2] ORIGENE, Commentaire sur Saint Jean, t. II, livre VI, chap. 59, ligne 304, Sources chrétiennes 157, texte grec, avant propos, traduction et note de Cécile Blanc, Cerf, Paris 1970, p. 365.
[3] CONCILIO ECUMENICO VATICANO II, Apostolicam Actuositatem, 2
[4] GIOVANNI CRISOSTOMO, In Acta Apost. Hom. 20, n. 4 : PG 60, 162
[5] Cf. BENEDETTO XVI, “La carità, anima della missione”, in L’Osservatore Romano, Sabato 3 giugno 2006, p. 5.
[6]Cf. BENEDETTO XVI, Deus caritas est, nn. 28 - 29.
[7] CATECHISMO DELLA CHIESA CATTOLICA, n. 901
[8] Hans Urs Von BALTHASAR, Gli stati di vita del cristiano, Jaca Book, Milano 1983, pp. 185, 191.
[9] Pontificio Consiglio per la Pastorale dei Migranti e degli Itineranti, Erga migrantes, n. 12
[10] È illuminante in questa prospettiva l’Omelia del Santo Padre BENEDETTO XVI, Omelia per la XX Giornata mondiale della gioventù.
[11] GIOVANNI PAOLO II, Redemptoris Missio, n.37.
[12] Nella sua Omelia per la XX Giornata Mondiale della Gioventù a Colonia, il Papa Benedetto XVI parla del boom religioso.
[13] In questa prospettiva è illuminante e carico di significato il messaggio del Santo Padre Benedetto XVI per la LXXX Giornata Missionaria Mondiale, quando invita a non ridurre la missione ad una mera attività filantropica e sociale e ci ricorda che : “Essere missionario significa … amare Dio con tutto se stessi sino a dare, se necessario, anche la vita per lui” : BENEDETTO XVI, “La carità, anima della missione”, in L’Osservatore Romano, Sabato 3 giugno 2006, p. 5.
[14] A questo proposito è importante l’ultima nota dottrinale della CONGREGAZIONE PER LA DOTTRINA DELLA FEDE, Nota dottrinale su alcuni aspetti dell’evangelizzazione, 3 dicembre 2007
[15] BENEDETTO XVI, “La carità, anima della missione”, in L’Osservatore Romano, Sabato 3 giugno 2006, p. 5.
[16] Basti ricordare: METODIO, Vescovo di Olimpo, Symposium 8, 6, in Sources chrétiennes 95, p.187 e AGOSTINO, Sermo 228, 1, NBA 32/ 1.
[17] PIO XII, Evangelii Praecones, 2 giugno 1951, Introduzione.
[18] GIOVANNI PAOLO II, Redemptoris Missio, n.2.
[19] Dei Verbum n° 8 in Giuseppe ALBERIGO, dir., Les Conciles oecuméniques 2** Les Décrets. De Trente à Vatican II, Paris, Cerf, 1994, p. 1977.
[20] GIOVANNI PAOLO II, Ecclesia in Africa, n° 57 che citta la propositio 4
[21] In qualche modo si potrebbe dire che tale dimensione viene messa in evidenza nella dinamica che anima la Chiesa fin dagli anni 60. si parla allora di apertura verso il mondo e il Papa Giovanni XXIII si rivela allora come figura emblematica eccezionale dell’uomo di accoglienza, della presenza amichevole, del dialogo e dell’apertura, il concilio stesso veniva definito come “una finestra sul mondo”. Secondo Paulo VI si tratta di “gettare un ponte verso il mondo contemporaneo” : PAUL VI, Discours prononcé à l’ouverture de la deuxième session du Concile 29 . 9. 1963 in Doc. Cath., 60, 1963, n° 1410, col. 1357.
[22] Paolo VI, EN, 20 ; cf. Giovanni Paolo II, Rmi 52 – 53 ; IDEM, Ecclesia in Asia, n. 21
[23] Compendio della dottrina sociale della Chiesa, n. 546.

V ASSEMBLEA ORDINARIA- Roma, 27 aprile/4 maggio 2008
PER LA VITA DEL MONDO (Gv 6,51) Laici di Azione Cattolica a 20 anni dalla Christifideles Laici!"