La Chiesa è più missionaria?
Tullio CITRINI (28 aprile 2008)

Ho cercato di superare, spinto dalla pressione di una lunga amicizia con l’Azione Cattolica, la difficoltà che mi viene dal fatto che da tempo non mi occu-po di queste cose, per cui mi risulta ancor più difficile fare il punto sulla situa-zione. Dico «ancor più difficile», perché la difficoltà più profonda è di natura sostanziale. Infatti la risposta più semplice e vera alle domande che mi sono proposte dovrebbe prendere la forma di altre due domande: perché lo chiedete a me? Se non lo sapete voi, come posso saperlo io? Ci deve essere qualcosa di bi-lateralmente patologico. Riordinando i miei files ne ho trovato uno che docu-menta che ho dovuto affrontare una situazione analoga con l’AC della mia dio-cesi una ventina d’anni fa. È già a loro e allora chiedevo: perché lo chiedete a me? Ma anche se non è il loro mestiere, a chi si occupa di teologia piace scruta-re i segni dei tempi e interpretarli e profetizzare, e a loro spesso si ricorre invi-tandoli a farlo. Uno che si occupa di teologia – per semplicità chiamiamolo teologo – può aiutare più a elaborare le domande che a ipotizzare risposte, soprattutto se le domande riguardano fatti concreti da constatare.

Il senso della domanda
Cerco allora di interpretare le domande poste, in sé e in riferimento alla Christifideles laici. Mi chiedo se dalla Christifideles laici ci possiamo attendere più che un termine di riferimento cronologico: vent’anni fa. Il sinodo del 1987, come è noto, si è inceppato precisamente sui temi più complessi e impegnativi per il coinvolgimento dei laici nella missione della Chiesa ai nostri giorni: quelli dei ministeri e dei movimenti ecclesiali. Su questi temi sono stati prospettati organismi ulteriori che offrissero riflessioni e proposte; ma di tutto questo non si è poi visto niente. Il sinodo del 1987 ha detto molte cose già note, e ha aiutato poco a scrutare gli orizzonti della missione. Analogamente Christifideles laici è una grande catechesi. Quando è uscita, ricordo di averla trovata noiosa e pri-va di slancio: un’esortazione apostolica che non esorta, ma fa dormire. Forse sbagliavo, ma lo slancio si deve percepire, non può essere semplicemente presunto, solo perché c’è la firma del papa. Credo per questo di averla accantonata per sempre.
Rimango ora all’altissimo livello del magistero papale, e ad esso ora faccio precipuamente riferimento, essendo questo un forum internazionale. L’analisi dei livelli bassi del vissuto ecclesiale sarebbe interessantissima, ma sarebbe un lavoro senza fine. A livello altissimo non tutto è noioso; anzi si è vista ben presto l’enciclica Redemptoris missio, uno dei documenti più stimolanti del lungo pontificato di Giovanni Paolo II. Forse in riferimento ad essa, come poi alle pa-gine introduttive al terzo millennio, ci si può utilmente chiedere se la Chiesa sia diventata più missionaria. Penso a Novo millennio ineunte, con la riproposizione dell’imperativo Duc in altum! Che poi l’inizio del terzo millennio sugli scenari mondiali si sia rivelato e continui a rivelarsi imprevedibilmente complesso e tragico, forse non chiarisce alcuna dinamica ecclesiale, ma forse provoca le chiese a una più attenta missionarietà.
Ma che senso dare a questa «missionarietà», e in che senso la Chiesa può essere stata provocata a diventare più missionaria? Per un verso la Chiesa è assolutamente, essenzialmente missionaria, nasce nella e dalla missione, e in questo senso è perfino difficile immaginare come possa esserlo di più. Può essere diversa però l’attenzione portata a questa dimensione nell’equilibrio generale dell’esistenza ecclesiale; diverso il peso delle relazioni esterne alla comunità rispetto a quelle interne, diverso il riverbero dell’amore salvatore e universale di Dio riversato in noi con lo Spirito di Gesù.
E da che cosa possiamo valutare lo stato della sensibilità missionaria della Chiesa oggi? Da quali parametri? Sullo sfondo di quali obiettivi? Quali comuni, quali più tipici dei cristiani laici? E potremmo continuare: quali gesti soprattutto, quali iniziative pastorali, per quel che è possibile ragionare in termini universali, segnalano la missionarietà della Chiesa oggi? In che senso questo interpella l’AC? In che senso interpella il Forum? Valutiamo la sensibilità mis-sionaria, per esempio, dall’impegno con l’evangelizzazione e l’iniziazione cristiana degli adulti? Dagli sviluppi secondo la dimensione religiosa della comunica-zione tra i popoli? Dalla disponibilità alla (ri)strutturazione della comunità cri-stiana e dei suoi ministeri?
Potremmo anche rovesciare la domanda: quando diciamo che un conte-sto, un tempo della Chiesa nella sua storia, valutato con la distanza che offre una migliore obiettività, era, fu scarsamente missionario, che cosa ci permette di dirlo? Che cosa vogliamo dire? Qui è facile rispondere che si tratta di fenomeni di ripiegamento degli interessi delle comunità ecclesiali (dei fedeli e dei pastori) su obiettivi di scarso respiro, su finalità interne e di poco o nessun va-lore evangelico (potere, vanità, quieto vivere, pregiudizi, autosufficienza, poco amore…). L’animo missionario si sostiene invece dove, secondo la parola di Ge-sù, si cerca il regno di Dio e la sua giustizia, certi che il resto sarà donato in più (Mt 6,33; cf Lc 12,31).

Vorrei in ogni caso dare una risposta affermativa al migliorato senso missionario della Chiesa in genere e dei laici in specie. Darei fondamento a questa risposta – dal momento che la necessaria rilevazione dei fatti rasenta l’impossibile – attraverso alcuni parametri, sulla base dei quali valutare l’animo missionario della comunità cristiana. Mi soffermerei su questi tre:
• una Chiesa più semplice per una missione più complessa;
• una Chiesa che per la missione ritiene normale partecipare alla soffe-renza di Cristo;
• una Chiesa in cui le identità vocazionali formino un tessuto condiviso senza gelosie.

Una Chiesa più semplice per una missione più complessa
Il volto della Chiesa disegnato dal Vaticano II è certamente più semplice di altri a cui si era abituati, e che hanno fatto il loro servizio, ma hanno anche esaurito il loro tempo e la loro attualità. «C’è nella chiesa diversità di ministero ma unità di missione» (Apostolicam Actuositatem, 2). È difficile immaginare una formulazione più semplice, anche se, appena la si tenta di articolare e spiegare, si può entrare in un ginepraio.
Non si può evitare la complessità; ma è necessario che alla radice ci sia un’intuizione semplice. Non deve essere né semplificata né semplicistica, cioè deve avere una semplicità non artificiale né finta. E tale intuizione deve riuscire a continuare a trasparire nonostante e attraverso la complessità. Questa trasparenza è essenziale, almeno quanto l’esistenza di qualcosa che traspaia.
Ma c’è bisogno di un’ecclesiologia più semplice o di una Chiesa più semplice? Di quella attraverso questa, evidentemente. L’idea di una Chiesa più semplice per una missione più complessa evoca l’immagine, già usata da papa Giovanni, di Davide di fronte a Golia. Riesce a vincere liberandosi dall’armatura troppo pesante che lo intralcia.
La sfida non è solo quella di mantenere la purezza di cuore, che già è dif-ficile custodire ciascuno nel suo piccolo. A maggior ragione la complessità delle strutture, dei progetti e dei problemi non permette di vedere facilmente le grandi linee portanti del mistero del regno. A quel livello ogni cosa richiede tanti soldi, si intreccia con problemi di interazione e di giustizia molto complessi. Cercare il regno di Dio e la sua giustizia rimane più difficile. Sotto un diritto complicato, l’ecclesiologia e la spiritualità missionaria devono e possono rima-nere evangelicamente lineari.
Questo in gran parte è realtà, ma è anche sfida grande per la Chiesa tutta, per il laicato in specie. Dico questo perché parlo in questa sede; per il clero, per le strutture religiose non lo è meno. Nella storia, i grandi momenti di rilancio della missione sono stati segnati per lo più da persone o gruppi che hanno assunto stili di vita semplici, che proprio così hanno potuto affrontare le sfide del momento. Penso all’origine dell’Ordine domenicano, della Compagnia di Gesù, ecc. – giusto per non scendere direttamente alla Chiesa apostolica e a san Paolo, perché non si immagini che quelli erano eccezionali. Lo stesso vale per i laici. Potremmo dire senz’altro che la povertà evangelica è la prima forza della missione; e diremmo il vero. Molti grandi iniziatori dell’Azione cattolica in età contemporanea in realtà erano di famiglia benestante: la buona condizione e-conomica di base permetteva loro di dedicare molto tempo all’apostolato, non potendo contare su sistemi collaudati di finanziamento come il clero. Anche queste storie meriterebbero uno studio e una meditazione lunghi, ma qui ci portano fuori tema.
Mi fermerei qui per questo primo punto, e direi sinteticamente così: la Chiesa più recente è cresciuta nella missione, tra l’altro, nella misura in cui non è andata a cercarsi inutili complicazioni, ma ha semplicemente accettato quelle che incontrava nella logica della missione, nella logica della condivisione della condizione dei poveri. Dove si è fatto diversamente, la spinta missionaria si è inceppata.

Una Chiesa che ritiene normale soffrire con Cristo
La qualità della tensione missionaria è cresciuta anche per un’interazione tra la miglior coscienza ecclesiale che l’ecclesiologia del concilio ha prodotto – più radicata nel Vangelo, più libera dal trionfalismo che al concilio è stato denunciato – e la situazione difficile con cui la Chiesa si è venuta a misurare, in molti paesi del mondo e in particolare in quelli di antica cristianità.
In verità le difficoltà sono ricorrenti, ma le oscillazioni tra i momenti buo-ni e quelli più difficili hanno fasi e tempi diversi nei diversi luoghi e paesi. Se il XX secolo è stato un grande secolo di martiri, anche prima non ne sono mai mancati. Il pensiero corre alla Francia, alla Spagna, al Messico. Corre ai paesi dell’Oriente, i cui martiri a grandi grappoli sono stati recentemente introdotti nel calendario liturgico: Giappone, Corea, Vietnam. Penso alla Russia e ai paesi dell’est Europa, dove il ritrovamento della libertà religiosa una ventina di anni fa ha fatto scontrare le comunità cristiane con le difficoltà più soffici, ma non meno insidiose della cultura secolarizzata dell’America e di tutto l’Occidente, con grande travaglio interiore di Giovanni Paolo II, i cui severi richiami pastorali sono ancora riecheggiati nelle parole di Benedetto XVI nella sua visita in Polo-nia. Nel frattempo gli epicentri del martirio si sono spostati, senza mai abban-donare l’esperienza ecclesiale. Su di essa pesa un «guai a voi» di Gesù, come in-terrogativo per i tempi troppo tranquilli: i padri «così trattavano i falsi profeti» (Lc 6,26).
La connessione tra martirio e missione nell’attuale coscienza cristiana è alta. In verità non basta la sofferenza; solo attraverso un senso forte di fede la connessione si attiva. Due delinquenti erano crocifissi con Gesù. Fa differenza tra essi, secondo Lc 23,41 la sentenza pronunciata da uno di essi, più obiettiva di quella di Pilato che giustamente li aveva condannati: Noi ci siamo meritati questa pena, dice i ladrone al suo collega, ma lui non ha fatto nulla di male. Riprende questa differenza 1Pt: «è meglio soffrire facendo il bene, se è volontà di Dio, che facendo il male» (3,17). «Nessuno di voi abbia a soffrire come omicida o ladro o malfattore o delatore. Ma se uno soffre come cristiano, non ne arrossi-sca; glorifichi anzi Dio per questo nome» (4,15-16).
Il trionfalismo esigeva un ritorno soddisfacente di onore e di amore alla Chiesa da parte di chi la Chiesa si impegnava maggiormente a amare. Ma la missione chiede una testimonianza che rifletta il meglio possibile lo stile rispet-toso e appassionato dell’amore di Dio, quasi inimmaginabile umanamente, e sul quale il demone della menzogna cerca continuamente di diffondere la nebbia del sospetto come nella tentazione delle origini. L’amore di Dio, agape e eros al tempo stesso, secondo la stupenda lezione dell’enciclica di Benedetto XVI, non si stanca di inseguirci ma non ci forza alla risposta: così si esprime nella vita e nella morte di Gesù Cristo, così si riflette nella gratuità dei martiri, nella loro mitezza e nella fortezza, dono dello Spirito santo, con cui resistono alla violenza di chi li colpisce e si distanziano in modo assoluto da essa.

Una Chiesa senza gelosie
Infine, come già dal tempo degli apostoli, ma forse più che in altri tempi, la disponibilità missionaria della Chiesa mi sembra che si giochi sulla libertà dallo spirito di gelosia e di confronto. La pagina di 1Cor sulla lotta per le appar-tenenze (io sono di Paolo, di Apollo, di Cefa, di Cristo) mi sembra più attuale che mai. La gelosia non solo contrasta con la carità evangelica, ma lo fa ripie-gando l’attenzione della Chiesa su se stessa e sugli aspetti meno veri e più con-tingenti, spesso meschini, della sua esistenza. Ho l’impressione che spesso le dinamiche e le contrapposizioni interne alla Chiesa frenino la missione non meno di quanto non lo facciano difficoltà storiche concrete della missione stes-sa.
Naturalmente la vivace molteplicità dei modi di intendere la missione pro-voca nella Chiesa una dialettica interna, che è di segno buono se nasce dal de-siderio di ritrovare meglio le comuni radici e di imparare attraverso la testimo-nianza di ogni persona e gruppo una migliore percezione di ciò che lo Spirito di-ce oggi alle chiese. Si può imparare gli uni dagli altri e è molto bene farlo; se in-vece il confronto non avviene tenendo alto lo sguardo nel Signore – «glorificando Dio», direbbero gli Atti degli apostoli – esso spegne le migliori forze e le migliori strutture della Chiesa. L’Azione cattolica, a mio avviso, rischia molto se entra in questa tentazione.
Vorrei concludere rileggendo con voi quella che a mio avviso è una delle più intense testimonianze del senso cristiano della missione e della vocazione che la storia cristiana ci abbia tramandato. Su queste parole, le ultime scritte di suo pugno da Teresa di Lisieux tre settimane prima di morire, possiamo mi-surare bene, mi pare, la disponibilità di ciascuno e di tutti a vivere e amare il proprio compito nella Chiesa in comunione con tutti gli altri. Scrisse così: O Marie, si j’étais la Reine du Ciel et que vous soyez Thérèse, je voudrais être Thé-rèse, afin que vous soyez la Reine du Ciel!!!... Se anche non ci fosse tutto il re-sto, queste due righe le varrebbero il titolo di patrona delle missioni.
Riprendiamo il senso di queste parole. Teresa era quella che avrebbe vo-luto per sé tutte le vocazioni che lo Spirito sa suscitare, e si era fatta guidare dalla lettera ai Corinzi, che al di sopra di tutti i carismi pone la via superlativa dell’amore. Questo famoso testo non era stato scritto da ragazzina, come se stesse cercando la propria strada: Teresa lo scrive l’anno precedente alla morte, in piena maturità spirituale. Teresa non ha scelto il Carmelo quasi confondendo tout court la vocazione contemplativa con la via superlativa dell’amore; ma dall’interno di una vocazione carmelitana più che consolidata ha trovato nella via della carità il modo di vivere la propria identità non come una tra tante, ma come realizzazione del tutto nel frammento. Perché l’amore, ci ricorda, spinge i missionari e sostiene i martiri. Per ciascuno la propria vocazione è il modo rea-le, concreto, di «essere l’amore» nella Chiesa; per lei certamente quella carmelitana lo era, e solo identificandosi come via dell’amore poteva esprimere la sua ultima verità.
Aveva come sentito in sé tutte le vocazioni, e nell’amore le aveva tutte ritrovate. Al punto di arrivo della sua breve intensa vita, la troviamo di fronte a Maria che, sola, è icona piena dell’amore nella e di fronte alla Chiesa, tanto che noi parliamo di dimensione mariana per dire la vita cristiana e ecclesiale di fede, speranza e carità. Certo senza rinnegare di voler essere nella Chiesa «l’amore», Teresa, in un ragionamento paradossale, precisa la tensione verso la sua identità scrivendo: «vorrei essere Teresa», felice che Maria sia «la Regina del Cielo». Di certo Maria non è la Regina del Cielo perché Teresa glielo concede, se non nella logica paradossale di questa sua breve invocazione. Ma Teresa ama che Maria lo sia; ne è felice.
Noi non siamo chiamati a essere Teresa, evidentemente, ma ciascuno se stesso. L’identità altrui dipende poco da noi, e spesso per niente; ma una soli-darietà felice può rendere la Chiesa un immenso coro di gratitudine. E, per quanto dipenda da noi aprire ad altri la via perché siano se stessi, siamo chia-mati a far nostra questa logica con tutta l’anima. Essere grati di essere se stes-si, e che (o perché, o cosicché) gli altri siano se stessi nel Signore, è suprema condizione della missione, sulla quale misurarsi. Dinamicamente, corresponsa-bilmente, non ripiegandosi pigramente su di sé, si capisce. Per amore. Nella pace.



V ASSEMBLEA ORDINARIA- Roma, 27 aprile/4 maggio 2008
PER LA VITA DEL MONDO (Gv 6,51) Laici di Azione Cattolica a 20 anni dalla Christifideles Laici!"