Cittadini cristiani per l’Europa di domani
DOCUMENTO FINALE

IV Incontro continentale Europa-Mediterraneo
DOVE VA L'EUROPA? I cristiani valore e speranza di futuro
Madrid, 1-4 marzo 2007

I. L’identità culturale e spirituale del “vecchio continente”

1. I cristiani guardano al futuro dell’Europa con la speranza che deriva  dalla fede in Gesù Cristo, vero e unico principe della pace.
“La pace mondiale non potrà essere salvaguardata senza sforzi creatori che siano all’altezza dei pericoli che la minacciano. Il contributo che un’Europa organizzata e viva può apportare alla civiltà è indispensabile al mantenimento delle relazioni pacifiche”. Le parole pronunciate da Robert Schuman nella Dichiarazione del 9 maggio 1950 - che porterà di lì a un anno al varo della Comunità europea del carbone e dell’acciaio (1951) e poi alla fondazione della Comunità economica europea (1957) - risuonano oggi di estrema attualità. Trascorso mezzo secolo, crollato il Muro di Berlino, terminata la “guerra fredda” (con la conseguente creazione di Paesi indipendenti all’interno dell’Europa), compiuto il processo di decolonizzazione, le parole dell’allora ministro degli Esteri francese richiamano ancora l’Europa alla sua prima e vera vocazione: essere “operatore di pace”, entro i suoi confini e sullo scacchiere mondiale.

2. L’attuale fase storica mostra notevoli differenze con la realtà del secondo dopoguerra. Eppure constatiamo ogni giorno nuove minacce alla pace e alla convivenza tra i popoli: basti pensare a tutti i conflitti in corso; al terrorismo internazionale; alla instabilità politica di tante aree del pianeta; alla fame, alle malattie, all’ignoranza e alle profonde disuguaglianze socio-economiche che gravano su una vasta parte della popolazione mondiale.
Il disegno di una Europa “unità nella diversità” e portatrice di pace procede a fatica. Le istituzioni dell’Unione europea sperimentano in questa fase molteplici ostacoli sul loro cammino. Il doppio “no” alla Costituzione, giunto nel 2005 dagli elettori francesi e olandesi, ha rappresentato un campanello d’allarme per indicare che l’Ue è ancora troppo distante dai cittadini e dalle loro reali condizioni di vita. Quella di oggi appare come un’Europa “senza sogni”, che rischia di allontanarsi dal disegno solidaristico prefigurato dei “padri fondatori”. Una Ue in balìa al suo interno di rafforzati nazionalismi e sollecitata, dall’esterno, dalle grandi sfide poste dalla mondializzazione dei processi economici, demografici, politici e militari.
Questa Europa comunitaria ha oggi bisogno di un nuovo slancio, che scaturisce da un impegno personale: l’impegno a conoscere se stessi, a collegare la propria identità con quella dell’altro, per generare un’autentica comunità.
Non a caso, in ripetute occasioni la Chiesa ha ribadito la propria fiducia nel processo di integrazione politica, pur segnalandone ostacoli e limiti .

3. Le parole pronunciate il 10 gennaio 2005 dal papa Giovanni Paolo II davanti al Corpo diplomatico presso la Santa Sede, sono esemplari: “Come esempio, certo privilegiato, di pace possibile può ben essere portata l’Europa: nazioni un tempo fieramente avversarie e opposte in guerre micidiali si ritrovano oggi insieme nell’Unione europea, che durante l’anno trascorso si è proposta di consolidarsi ulteriormente con il Trattato costituzionale di Roma, mentre resta aperta ad accogliere altri Stati, disposti ad accettare le esigenze che la loro adesione comporta”. Una pace che – lo si legge tra le righe – richiede la costruzione di una democrazia matura (il riferimento alla Costituzione) e di una “casa comune” aperta a nuovi membri che condividano i grandi valori e gli obiettivi comunitari.
Allo stesso Giovanni Paolo II si attribuiscono un migliaio di interventi (documenti, discorsi, esortazioni, omelie…) che sviluppano l’intuizione “europeista” già riconoscibile nell’insegnamento di Paolo VI. Il pontefice polacco ha promosso due Sinodi dei vescovi europei, uno all’indomani del crollo del muro di Berlino, l’altro alla vigilia del nuovo millennio; si è adoperato per il superamento dei “muri” che dividevano l’Europa, così che si potessero ricongiungere l’Oriente e l’Occidente, “i due polmoni – secondo una sua celebre espressione – dei quali l’Europa non può fare a meno se vuole respirare”.
Wojtyla ha girato in lungo e in largo il continente con numerosi viaggi, predicando la concordia, il reciproco ascolto e perdono, così come tutela della vita, la difesa dei diritti e delle libertà fondamentali e auspicando un rafforzato dialogo interculturale e interreligioso. Ha insistito nell’indicare alcuni “patroni” - Benedetto, Cirillo e Metodio, Caterina da Siena, Edith Stein, Brigida di Svezia - emblemi di un’identità spirituale e culturale comune, che affonda le radici nei secoli passati, da intendere come fondamenta per l’Europa del futuro, unita al suo interno e aperta al mondo, impegnata a edificare la pace e solidale verso le nazioni più povere del pianeta.

II. Cristiani protagonisti. L’insegnamento della Chiesa

4. In questa cornice si comprendono gli accorati e reiterati appelli affinché fosse inserito nel preambolo della Costituzione Ue un chiaro riferimento alle “radici cristiane” del Continente. “Europa, che sei all’inizio del terzo millennio: ‘Riconosci te stessa. Sii te stessa. Riscopri le tue origini. Ravviva le tue radici’. Nel corso dei secoli – scriveva Giovanni Paolo II nella Ecclesia in Europa al n. 120 - hai ricevuto il tesoro della fede cristiana. Esso fonda la tua vita sociale sui principi tratti dal vangelo e se ne scorgono le tracce dentro le arti, la letteratura, il pensiero e la cultura delle tue nazioni. Ma questa eredità non appartiene soltanto al passato; essa è un progetto per l’avvenire, da trasmettere alle generazioni future”.
Anche noi desideriamo riproporre la richiesta di dare adeguato riconoscimento all’eredità cristiana, che ha concorso - insieme ad altre tradizioni - a plasmare il volto spirituale, sociale, culturale e religioso dell’Europa. All’invito a riconoscere le radici cristiane dell’Europa corrisponde quindi anche l’invito a riconoscere e rispettare i valori e i simboli religiosi, e a garantire la libertà di culto e di testimonianza  pubblica della fede.
Al progetto di ricomposizione spirituale, culturale, politica e sociale dell’Europa i cristiani sono chiamati a dare un fattivo contributo, con “l’apporto di comunità credenti che cercano di realizzare l’impegno di umanizzazione della società a partire dal vangelo vissuto nel segno della speranza”. Ma anche mediante “una presenza di cristiani, adeguatamente formati e competenti, nelle varie istanze e istituzioni europee, per concorrere, nel rispetto dei corretti dinamismi democratici e attraverso il confronto delle proposte, a delineare una convivenza europea sempre più rispettosa di ogni uomo e di ogni donna e, perciò, conforme al bene comune” (Ecclesia in Europa, n. 117).

5. In questa stessa direzione appaiono orientati alcuni recenti richiami di Benedetto XVI, che ha già dedicato all’Europa numerosi interventi, così come il lavoro degli organismi ecclesiali europei, in primis il Ccee (Consiglio delle conferenze episcopali europee) e la Comece (Conferenza degli episcopati della Comunità europea).
Invitando a non dimenticare l’identità e i fondamenti spirituali della comunità europea degli Stati e dei popoli, Benedetto XVI ha affermato: “Né un’unione piú o meno economica né un corpo burocratico di norme che regolano la coesistenza possono mai soddisfare completamente le aspettative della gente sull’Europa. Le origini profonde di una ‘vita comune’ europea stabile e solida risiedono piuttosto nelle convinzioni comuni e nei valori della storia e delle tradizioni cristiane del continente. Senza un’autentica comunione di valori è, alla fine, impossibile costruire quella solida comunità di diritti che gli uomini e le donne del nostro continente si aspettano” (Discorso all’Ambasciatore austriaco presso la Santa Sede, 18 settembre 2006).
Una specifica attenzione merita, nell’ambito di una riflessione sul ruolo dei cristiani quali costruttori dell’Europa di domani, il documento Comece intitolato: Il futuro dell’Unione europea e la responsabilità dei cattolici. Gli stessi vescovi della Comece, consapevoli che “l’Unione Europea ha bisogno di essere costruita su una solida comunità di valori” (Valori comuni – la sorgente vitale del progetto europeo, 1), in occasione del 50° anniversario del Trattato di Roma, hanno promosso un Congresso su “Valori e prospettive per l’Europa del futuro” (Roma, 23-25 marzo 2007), allargato a movimenti e organizzazioni cattoliche, che desideriamo accompagnare con la preghiera e al quale non manca il contributo di alcuni nostri rappresentanti.
Anche il Gruppo di “Iniziativa dei Cristiani per l’Europa” ha elaborato un appello che desideriamo riprendere e rilanciare: ”Noi affermiamo che la costruzione europea rimane fondata su un progetto più ampio, che ha senso e che è tuttora di grande attualità: la riconciliazione tra i popoli per costruire uno spazio di pace, di diritto, di prosperità e di solidarietà, uno spazio aperto e a servizio del mondo” (Ritroviamo il senso della costruzione europea).

III. Nuova evangelizzazione: ambiti di impegno

6. Se questi appaiono gli orizzonti ideali (che non riguardano soltanto l’Unione Europea, ma l’intera Europa), i cristiani sono chiamati a un rinnovato e coraggioso impegno per la “nuova evangelizzazione”, che si manifesta anzitutto in un nuovo slancio per il primo annuncio e per un  annuncio rinnovato del Vangelo, e si esprime in una testimonianza cristiana offerta a tutti gli uomini di buona volontà in spirito di riconciliazione e dialogo.
A partire da qui, in occasione del IV Incontro FIAC europeo-mediterraneo, abbiamo enucleato alcuni ambiti specifici di impegno:

a) impegno culturale. La testimonianza cristiana ha oggi più che mai bisogno di una “fede amica dell’intelligenza” (Benedetto XVI), capace di dialogare con la cultura e le culture, attraverso un confronto libero e sereno, in un’autentica “contaminazione positiva” fra le tradizioni, i costumi, i saperi, le lingue. Elementi che – presi tutti assieme – mostrano il volto dell’Europa odierna. Come cristiani continueremmo a riproporre – quale patrimono irrinunciabile della tradizione europea - una cultura di promozione della vita e di rifiuto del razzismo, delle nuove forme di schiavitù, degli abusi sui minori, sugli anziani e gli immigrati irregolari. S’inserisce in questa prospettiva anche la promozione di una cultura della famiglia fondata sul matrimonio come “santuario della vita”. Giovanni Paolo II ha rivolto un appello alle famiglie cristiane in Europa: “Famiglie, siate ciò che siete”. Allo stesso modo, ci impegniamo a promuovere – in collaborazione con altre realtà e associazioni umanitarie - una cultura della solidarietà, attenta a sostenere i poveri, i deboli, i malati, i disabili e i sofferenti.  Così la fede cristiana potrà continuare a essere “sale e lievito” per la vita quotidiana, aiutando l’Europa a comprendere che l’eredità cristiana è inscritta nel suo “Dna” originario ed è parte fondamentale della sua moderna identità.

b) impegno formativo. È questa una condizione irrinunciabile per rendere i cittadini coscienti della necessità di un’Europa unita politicamente, coesa sul piano sociale e culturale, guidata da valori condivisi, fondati sui principi fondamentali della dignità della persona umana e del bene comune, e aperti a progetti di largo respiro. Solo un’Europa che sappia essere laboratorio di cittadinanza attiva e di sana laicità, portatrice di valori quali la dignità umana, la libertà, la solidarietà, la democrazia, l’uguaglianza sostanziale fra le persone. può aprire vie nuove: per affrontare le pressanti problematiche demografiche (fra cui l’invecchiamento progressivo della popolazione e le migrazioni); per promuovere la libertà e la giustizia sociale; per avvicinare il Sud e il Nord, l’Est e l’Ovest del pianeta; per sostenere il dialogo tra le civiltà e le grandi religioni e aiutare concretamente lo sviluppo dei Paesi più poveri.

c) impegno ecumenico e interreligioso. “Il compito più importante delle Chiese in Europa è quello di annunciare insieme il Vangelo attraverso la parola e l’azione, per la salvezza di tutti gli esseri umani” (Charta Oecumenica, 2). Con lo sguardo rivolto all’assemblea ecumenica di Sibiu del 4-7 settembre 2007, tutti i cristiani debbono spalancare i cuori alla ricchezza che sempre giunge dal dialogo ecumenico e interreligioso; un dialogo particolarmente attento a suscitare occasioni di incontro fra tutti i figli di Abramo. Quest’aspetto ha recentemente assunto ulteriore interesse con l’ingresso nell’Ue di due paesi come la Romania e la Bulgaria a maggioranza ortodossi. Le divisioni tra i cristiani appaiono fra l’altro ancor più laceranti in un’epoca in cui, pur tra mille difficoltà, l’Europa cerca una unità in campo economico e politico. Così, in questa era globalizzata, che rende serrato il confronto tra i popoli e le civiltà, le religioni possono far comprendere che è possibile percorrere insieme la strada della vita, nel reciproco rispetto, nell’ascolto dell’altro, nell’incontro compassionevole che genera comprensione e speranza per il futuro. Il comune discernimento e l’ascolto della Parola di Dio debbono accompagnarci costantemente: “Chiesa in Europa, entra nel nuovo millennio con il Libro del Vangelo!... Continui ad essere la Sacra Bibbia un tesoro per la Chiesa e per ogni Cristiano: nello studio attento della Parola troveremo alimento e forza per svolgere ogni giorno la nostra missione” (Ecclesia in Europa, 65).

Tutte le associazioni di Azione Cattolica riunite nel Fiac ringraziano il Signore per il dono di quest’incontro, che ha consentito di celebrare ancora una volta le sue meraviglie in mezzo a noi, e s’impegnano a dare concreta attuazione a queste linee, conformemente alla propria identità e alla propria storia.

Madrid, 3 Marzo 2007