20.06.2008: Giornata mondiale dei Rifugiati
Intervista a padre Nicolas SJ

La frontiera diventa barriera. Così non accogliamo l'altro

di Giovanni Zavatta  (Osservatore Romano, 13.06.2008)

Si è parlato di migranti e di accoglienza all'incontro "Frontiere o barriere?" organizzato mercoledì pomeriggio dal "Centro Astalli" all'Oratorio del Caravita, a Roma. Ospite d'eccezione padre Adolfo Nicolás, preposito generale della Compagnia di Gesù. Un'occasione per celebrare la Giornata mondiale del rifugiato (il 20 giugno) e per ribadire concetti, come quello dell'urgenza di ripensare l'educazione delle nuove generazioni sulla base dei valori di giustizia sociale, già espressi nel corso dei lavori della xxxv Congregazione generale dei gesuiti svoltasi a Roma dal 7 gennaio al 6 marzo.

Intervistato dal giornalista della Rai Aldo Maria Valli, padre Nicolás ha ripercorso il lungo periodo trascorso in Asia (Giappone, Filippine), sottolineando gli anni, dal 2000 al 2004, passati in una parrocchia di Tokyo, alla guida di un centro pastorale per immigrati poveri provenienti dalle Filippine e da altre nazioni asiatiche. "Di tutto il lavoro che ho fatto nella mia vita come prete gesuita - ha detto il preposito - gli anni più felici, quelli in cui mi sono sentito più a mio agio, sono stati i quattro trascorsi al Centro pastorale per immigrati. C'erano tante cose che non mi aspettavo e che ho trovato in quegli incontri. È stato di grande aiuto anche per l'incarico che ho adesso. Come diceva il mio predecessore, Peter-Hans Kolvenbach, è buono per un generale essere stato a contatto con situazioni estreme perché non si sorprenderà di nulla".

I migranti, i profughi, ci conducono al limite dell'umanità, ci interrogano su cosa è veramente necessario. Nell'incontro con essi abbiamo l'occasione unica di trovare noi stessi. Ma siamo insicuri, abbiamo paura dello straniero, del diverso. "Nei Paesi economicamente più sviluppati - ha spiegato Nicolás - questa paura è diventata troppo grande, si è trasformata in uno strumento capace di manipolarci. La frontiera ce la portiamo dentro, ce la costruiamo, a volte per necessità, per proteggerci ed essere consci della nostra identità, altre volte per ignoranza: non sappiamo come sono gli altri, non sappiamo come si vive altrove, e allora facciamo che il nostro modo di vivere, il nostro Paese, la nostra cultura, siano il centro del mondo. Ogni nazione ha pensato che era il centro del mondo".

Molte frontiere sono artificiali, basti pensare a quelle dell'Africa: non costituite da montagne e fiumi bensì da linee rette. ""Il mare unisce tutti in una famiglia" c'era scritto in cinese su un grande mappamondo nel mio ufficio a Manila - ha ricordato il preposito generale dei gesuiti - dovremmo imparare a renderle fluide, flessibili, queste frontiere, sempre pronte ad accogliere l'altro. E i bambini, più aperti degli adulti a nuove esperienze, potrebbero darci una mano". Il pregiudizio è possibile sconfiggerlo con l'incontro, rapportandoci con persone vive, che hanno idee, immaginazione, con le quali possiamo crescere, cambiare. La Chiesa è il posto ideale: "Qui siamo chiamati per l'incontro con Cristo, presente in tutti noi. Ma come comunità cristiana possiamo fare di più: dobbiamo offrire luoghi, nuove opportunità, e anche la liturgia - ha sottolineato padre Nicolás - dovrebbe essere punto d'incontro mentre a volte isola in una stanca ripetizione di frasi e concetti, seppure fondamentali".

Nicolás ha sottolineato l'importanza di coltivare la memoria collettiva, nazionale, "la memoria totale dalla quale possiamo prendere saggezza", e ha esaltato le virtù dell'immaginazione e della creatività: l'avevano i gesuiti Ricci, Nobile, Malignano. "I grandi missionari sono stati italiani - ha spiegato - perché hanno usato la strada del dialogo".
Frontiere, barriere. Il problema è anche educativo: "L'attuale sistema è in crisi dappertutto. È unilaterale, monodimensionale, consiste nel produrre persone in grado di cooperare in un mondo tecnologico, di produzione controllabile, dove l'immaginazione è limitata. Non apre tutte le finestre della mente, non sviluppa tutti i cervelli, dà priorità solo ad alcuni di essi. Dobbiamo riuscire a insegnare ai nostri ragazzi, e parlo rivolgendomi anche ai responsabili delle nostre scuole dei gesuiti - ha detto il superiore -, a essere fieri di tutte le culture, della cultura cinese, indiana, africana. Essere fieri degli altri significa essere fieri di se stessi".

L'Associazione Centro Astalli è la sede italiana del Jesuit refugee service (Jrs), il servizio creato alla fine del 1980 dall'allora preposito generale della Compagnia di Gesù, padre Pedro Arrupe, per coordinare il lavoro dei gesuiti per i rifugiati e presente oggi in una cinquantina di Paesi al fianco di chi, a causa di guerre e calamità naturali, persecuzioni e violazioni dei diritti umani, è costretto a lasciare la propria terra per mettere in salvo la vita, compresa quella dei suoi cari. Soltanto nelle sedi territoriali italiane (Roma, Trento, Vicenza, Catania e Palermo) vede ogni anno accedere ai propri servizi circa diciottomila persone. "Per me i volontari che operano in questi centri - ha sottolineato padre Nicolás - sono la parte più sana della società. Credo nella storia: anche quando i gruppi politici, culturali, anche religiosi, non fanno il loro dovere, la storia continua e lo spirito di Dio lavora nella storia e trova gente disposta ad accoglierlo. Anche se un Paese è in crisi c'è sempre una nuova generazione con il cuore aperto e nella sua risposta c'è la potenza dello spirito".

Il numero di coloro che negli ultimi anni sono stati costretti a lasciare la propria patria è enorme. Statistiche dell'Alto commissariato delle nazioni unite per i rifugiati (Unhcr), relative al dicembre 2006, parlavano di 32.865.057 tra rifugiati, richiedenti asilo, profughi interni, rimpatriati e apolidi. Quasi tutti i rifugiati provengono da nazioni e territori dove sono in corso guerre e conflitti o da società dove rappresentano una minoranza etnica o religiosa. Guerre e conflitti spesso "dimenticati" dagli organi di informazione. Quest'anno l'Unhcr ha deciso di dedicare la Giornata mondiale al tema della protezione ("Proteggere i rifugiati è un dovere.

Essere protetti è un diritto"), intesa sia come difesa del diritto di asilo sia come riparo e aiuto umanitario. Il diritto di ricevere assistenza e protezione, sempre e ovunque, nei campi profughi del Darfur come nei quartieri di Damasco e di Amman dove si affollano centinaia di migliaia di rifugiati iracheni, nei villaggi thailandesi al confine con la Birmania come sulle coste europee dove approdano le imbarcazioni che attraversano il Mediterraneo.